lunedì 23 settembre 2013

L'Intuizione e la Copia

su "Noli", di Gosia Turzeniecka

L'approdo sarà arduo, tra correnti di flussi. Lavare una riva frequentata, incredibilmente, dai miraggi della città sarà dovere dell'onda, in uno sciabordio stillicida a cui ci saremo assuefatti. Tornando da un etereo viaggio nell'auscultazione del paesaggio urbano, potremo mai riscoprire, senza soluzione di continuità, la forza del fiato animale? 
Nel tragitto a ritroso dalla tecnologia all'autenticità dell'esistenza, assopirsi è inevitabile, poiché passare con un balzo dai compiti della società organizzata alla libertà della campagna richiede, necessariamente, un tratto di pausa, qualche punto di sospensione. L'intervallo può facilmente mischiare lo spazio e il tempo. Allo stesso modo, la distanza, tradotta in scansione di momenti, tende ad amalgamare percorso e durata. Affondato alle radici dell'albero del sogno, questo curioso impasto ne nutre le visioni. Sono le immagini dell'abbandono e dell'abbraccio ritrovato, le chiare premonizioni di un ritorno vissuto alla luce della natura, dove sopravvivenza e pericolo si mescolano nella piena percezione del giorno e della notte. 
Ora, la meta ci è curiosamente estranea. Candidamente, l'uscita da noi stessi è l'unica missione: il favore da corrispondere a un'umanità lontana e umile, in bilico tra presenza vitale e oblio dello sviluppo. Comunità inconsistente, difficilmente assimilabile, idea affascinante e grezza, ma fonte d'ispirazione e forte come un archetipo. Totem per adorare, ex voto per rendere grazie, muro per chiedere perdono: saranno gli strumenti da utilizzare per le nostre nuove strutture, per inedite costruzioni. Arriveremo quando avremo finalmente riletto questo testo, quando la copia della prima intuizione sarà definitivamente realizzata.

 Ivan Fassio

Gosia Turzeniecka, Noli, acquerello su carta, 2012


Malinconia e Catastrofe

su "Senza Titolo", di Enzo Gagliardino

Ai margini di ogni rappresentazione stabile – immagine o testo –, la malinconia fievolmente intona un suo canto. Tutto è vuoto, ogni sforzo è stato vano. Il mondo giace freddo: le sue strutture smarrite si involano verso un cielo gonfio, appesantito.
Il presentimento della catastrofe di ogni progresso, da sempre, ha abitato questo angolo della mente, questa porzione estranea della coscienza. Da sempre, qui, ciò che avevamo auspicato non si è mai avverato. L'esistenza appare, di conseguenza, come un vuoto contenitore. La Storia s'impone come un cieco meccanismo, che continua a significare, incessantemente, crudelmente. I tasselli della cultura e della tradizione, un tempo condivisi, hanno eretto le mura di una conoscenza astratta, tenuta a difendere, almeno nelle apparenze, una città devastata nel suo interno.
Fare luce sui confini della nostra percezione, sulle zone d’ombra del nostro essere, è stato da sempre compito dell'Arte, in un gioco spesso pericoloso, dissoluto: in uno scavo continuo che diventa vizio, perché va ad assillare, intimamente, le categorie del nostro pensare e del nostro sentire – la nostra abitudine.


Ivan Fassio


Enzo Gagliardino, Senza Titolo

domenica 22 settembre 2013

Tensioni Vettoriali e Tracce Esistenziali

su "La Mattanza", di Riccarda Montenero

Il territorio non equivale esclusivamente ai concetti di ambiente, paesaggio, costruzione, ma mantiene fortemente una valenza vettoriale: garantisce una condizione di entrata e uscita incessante, una perenne funzione di incanalamento, l'inevitabile tensione migratoria della comunicazione, dello scambio, della conoscenza.
Le coordinate di localizzazione sono semplicemente deducibili dai segni di demarcazione prodotti dalle creature. Per gli animali, le indicazioni imprescindibili e i confini biologici risultano molto precisi e circoscritti. Gli uomini, operando una grande quantità di segni, tratteggiano lo spazio, senza definire limiti statici: viaggi, assedi, insediamenti, guerre. Agiscono creativamente, consumano poeticamente, si spostano seguendo simbologie, linguaggi e affetti.
L'artista, declinando il proprio operato secondo infinite possibilità, incide l'universo con i colori e le forme, con le parole e le immagini: tali segnalazioni costituiscono un flusso che va dall'autore al mondo, e viceversa. In questo caso, l'esistenza si esprime nell'invenzione di segni, i quali, riproducendo i meccanismi della vita, marcano esplicitamente la geografia terrestre, ripiegandosi sensibilmente sulla loro stessa finalità: mise en abyme, circolo vizioso, mimetismo tautologico. Gli artisti sarebbero, in questo senso, equiparabili a bestie sovrumane, pachidermi in continuo spostamento, stormi capaci di portare, lasciare o depositare un messaggio compiuto in modo inequivocabile e manifesto...

Ivan Fassio

Riccarda Montenero, Le Refuge, da "Libre Circulation"

Gli Esiti del Viaggio


su “Clandestini” di Riccarda Montenero

Nell'esperienza della contraddizione, il tempo si fa macchia illogica, accumulo di informazioni. Allo stesso modo, un dislocamento difficilmente tracciabile può rappresentare le dinamiche di appropriazione e dispersione di una problematica e disordinata produzione di significati.
Lo spazio si compone teatralmente, ridotto a simulazione di un non-luogo rivisitato: limite consunto, valvola di sfogo più che situazione di stallo. L'esausto sfiato della parola incarnata giunge ai sensi di un altrettanto spossato visitatore: il pubblico, con il suo fardello di preclusioni o con il suo carico di speranze. Monconi, uncini e tronchi di un corpo nomade preparano la zona di una futura permanenza, di una sistemazione stanziale. Questo particolare territorio occupa il tragitto di un'invasione barbarica. Dalla spiaggia di attracco clandestino – infestata da inesorabili presagi mortiferi – ai locali di stoccaggio, la traccia grammaticale delle migrazioni si condensa in ieratiche figure scultoree, in effigi sinuose e misteriose.
Allacciata agli avvenimenti testimoniati dalla storia e dall'attualità, la tragedia rilascia un alone universale, distaccato, che evapora, fluttua e, finalmente, condensa. Questi risultati coincidono con gli esiti archetipici del viaggio: gli ostacoli del percorso, la preghiera, la sublimazione poetica, il passaggio denso del tempo, l'enigma di un orizzonte sconosciuto, l'abbraccio sensuale della conquista, la contaminazione e l'epidemia, le sbarre della prigionia...

Ivan Fassio


Riccarda Montenero, Clandestini, still from video

sabato 21 settembre 2013

La Dipartita delle Parti

su "Gli Stranieri", di Jean-Paul Charles

Un passo al di fuori sta il pittore, affacciato all'intuizione, con il raggio d'azione delle mani stretto saldamente dalla vista. Ma l'artista scavalca ogni confine e lascia tracce, depone come uccello il suo carico futuro: fardello di monaco in passaggio, straniero spaesato di fronte al santuario, stazione sperduta del pellegrinaggio.
Le reliquie sono sue: le sue parti dipartite. La sepoltura è ormai conclusa: defunto ed interrato, il suo pianto rigermoglia già nell'altro. Penitenza è consumata nelle asperità del viaggio, devozione è collaudata sulla gratuità dell'atto, il coraggio visitato in ginocchio al colonnato. Povertà ritorna sempre, tre volte ogni giornata, tradita nella notte, dai fumi amplificati, prima che il gallo abbia cantato: l'imbarazzo dell'affronto lascia l'uomo liberato, peccato necessario, ammesso e perdonato.
Come lui non camminiamo, come lui non respiriamo: è un animale esaltato dagli istinti, confonde il prima con il dopo e prende il tutto per il niente, il quadro non distingue da cornice, la causa riduce nell'effetto, e scambia con il prossimo se stesso...


Ivan Fassio

Jean-Paul Charles, Gli Stranieri, 2013


Divenire Alterità

su La Sirena, di Marco Seveso

Contemplare il mio aspetto, dall'alto dei miei occhi, e farmi specchio di me stesso, chinando il capo verso terra, scendendo fino ai piedi. Prendere coscienza di non possedermi mai, ma di riformularmi autenticamente: un tutt'uno fisico, simbolico e mentale. Abolire ogni speculazione ed affidarmi ai sensi e al flusso dei pensieri, presentandomi alle moltitudini che dimorano in me, salutando soddisfatto le infinite e continue possibilità di cambiamento, vedendomi divenire alterità: mutante meccanismo di significazione.
Per entrare in questo circolo vizioso, soltanto un sogno poteva estraniarmi così tanto. Sconosciuto a me stesso, nel sonno, germogliavo bulbi dalla cornea, viravo imbarcazioni sulla bile, applicavo una sirena assordante sul mio tatto. Appendendo tre gocce di rugiada alle mie orecchie, stappando la materia cerebrale dall'imboccatura del torace, obbligandomi a nuotare in una vasca troppo stretta, mi immergevo nel mio corpo e, come un pesce fuor dall'acqua, dilatavo incredulo le branchie, nell'affannosa ricerca del mio sangue...


Ivan Fassio

Marco Seveso, La Sirena, olio su tela, 2003

venerdì 20 settembre 2013

Gettando la Maschera, Nasciamo

su Gaia, di Giovanna Giachetti

Non è soltanto la nostra maschera, quella che noi vediamo, quando ci guardiamo allo specchio o ci incontriamo. Perché, se levato, il trucco non ci assomiglia più? Perché, se potessimo abbandonarlo, il travestimento perderebbe, paradossalmente, proprio le nostre sembianze, come se stesse rimpiangendo un'anima?
Ne abbiamo solo una flebile intuizione, ma ne siamo certi: senza un'essenza, la nostra apparenza si trasforma in un frivolo orpello, in escrescenza carnosa inapplicabile, in un'orma odorosa e, infine, in una traccia abbandonata. Diventa simulacro, abbozzo che riformula un linguaggio. Da qui, un'inedita sostanza si concretizza, si crea allo stesso modo in cui si produce un'opera d'arte – inutile eppure espressiva, opaca eppure rivelante: siamo noi questa nuova materia, quest'impasto contrastante di visione e memoria...

Ivan Fassio


Giovanna "Giogia" Giachetti, Gaia, 2012