martedì 5 giugno 2012

L’Apocalisse. Appunti per una Teoria della Rivelazione nell’Arte di Ezio Gribaudo e Mariana Paparà


I.

In un'allegoria del disagio, l'elemento fantastico manifesta lo scandalo, l'irruzione illogica - quasi insopportabile - nel mondo della realtà. La rottura dell’ordine è resa con soluzioni incredibili, che fanno leva sull'idea di possibilità estrema. L'immaginazione corre senza freni, accumula azioni su azioni. A questo modo, l’inammissibile irrompe all’interno della legge in un racconto che ignora ogni concatenazione di eventi. La rappresentazione apocalittica non conosce coordinate, si alimenta di simbologie enigmatiche: accatasta immagini amplificate e parole in libertà, artifici esasperati e accostamenti improbabili. I linguaggi scivolano e si accavallano, in una letteratura che si rivolge al futuro con l'intento di reagire al presente. L'odierno è così tanto deprecato da diventare simbolo, inevitabile grumo di immagini e parole. Si adatta soltanto all'interpretazione, non più alla comunicazione.

II.

Nell'Apocalisse di Giovanni, il Drago Rosso ha ceduto il suo trono alla Bestia del Mare. Il Falso Profeta ha pronunciato parole incomprensibili con voce d'agnello. Babilonia la Grande, meretrice, ha cavalcato la bestia dalle sette teste. Precedentemente, all'apertura dei primi Sigilli, i Quattro Cavalieri, tra squilli di trombe, sono già apparsi sulla scena: bianco, rosso, nero e verde. Bianco come la salvezza, rosso come la guerra, nero come la legge, verde come putrefazione e morte. Ognuno è rivelazione fine a se stessa, illuminazione senza oggetto, sinestesia ostentata: le conseguenze del loro simbolismo sorpassano, per definizione, le stesse premesse che li hanno generati. Il poeta della Stagione all'Inferno, secoli dopo, avrebbe tentato di affidare un colore, altrettanto arbitrariamente, a lettere e suoni...

III.

Cielo dilaniato, crepe aperte nel terreno, orizzonte lacerato: è il panorama finale che si presenta ai nostri sensi nel giorno dell'abbandono e dell'illuminazione. Colmi di imbarazzante allegria, ripensiamo alle sublimi e terribili forme che potrebbero sopravvivere sotto il mondo delle apparenze. Testimonianza non è più comunicazione, non è articolazione quest'ansia che ci sovrasta, somiglianze non ricerchiamo più nel riesumato campo dell'intuizione.
Scalpelli e spatole, lime e martelli accantonano, per un attimo, la loro funzione utilitaria e si fanno lenti miracolosamente adatte alla visione estatica. Squarciare un velo per passare. In questa dimensione la scrittura è necessaria, il disegno sicuro, il tracciato inevitabile. La trama della nostra testimonianza, soltanto, sarà inscritta in un orizzonte finora impensabile, in un abisso non ancora sondato dalla nostra percezione. L'arte supererà, ancora una volta, se stessa? Per il momento, inizierà col dire addio all'invadenza della storia, all'insistenza dell'attuale e del quotidiano, all'educato clamore della civiltà...


IV.

Ezio Gribaudo rintraccia immagini della modernità in movimento tra Occidente e Oriente: dinamiche e secolarizzate, perdono il loro valore odierno per riconquistarsi una sacralità. Carovane disorientate, piste insabbiate, cavalieri disarcionati. Del loro messaggio potrebbero restare, col passare del tempo, soltanto le radici del verbo, il segno dell'urgenza e, infine, la testimonianza di una necessità.
Apocalisse: fine, soluzione e, insieme, rivelazione dei sensi. In questo scenario sconfinato, che trascina i sogni oltre il confine del mondo, sono le nude sensazioni a impersonare, guidate dalla memoria e rigorosamente ad occhi chiusi, ogni ruolo.
Porre sulla tela le coordinate di un accecamento è, in questo senso, azione scenica di grande coraggio. Un nuovo alfabeto potrebbe nascere e proliferare da questa geografia, fino ad amalgamarsi in drammaturgie sensibili, liberate dalle catene del pretesto letterario.
Il palco è lo spazio di un quadro. Attori sono lettere e simboli, carte e disegni, figure animali, algidi paesaggi: il loro destino non è la recitazione, ma il rilievo. La capacità di comunicare sta nella fisicità che il regista ha voluto donare loro, mettendoli – letteralmente – in scena, facendoli indugiare e fluttuare a filo della ribalta.
Le prove sono state svolte in silenzio, nella penombra, dirette dalla mano dell’artista: unica testimonianza tattile della nascita dello spettacolo. La scenografia esige il bianco, il negativo degli occhi chiusi e della cecità. L’illuminazione colpisce in modo uniforme l’intera rappresentazione ed è intensa, abbagliante, perturbante.
La vista debutta, come travagliato personaggio, proprio a teatro, luogo che da lei prende il nome. Gli spettatori vedono, in cruda luce, ciò che dovrebbero sentire sui polpastrelli e, allo stesso tempo, si concedono alla consistenza della visione. Nuove immagini sono create per loro, emerse dalla memoria dell’artista, arbitrarie e inquiete. Questi segni simulano la struttura della percezione, recitano la parte degli organi in un’anatomia della sensazione: i rami riversano linfa sulle foglie dei sensi; un drappeggio di carte scivola dalla scrivania; un giardino si risveglia, alla fine dei tempi, nella magia di una nevicata.


V.

Mariana Paparà scosta la cenere che si frappone tra la materia e lo spirito. Ciò che resta della fiamma è il sigillo di un moto di conoscenza, la memoria cicatrizzata di un dolore. Atto di nascita del linguaggio, il rogo ne decreta la fisionomia, marchiandone a fuoco grammatica e destinazione.
Lo scudo è forza. La struttura è resistenza. La tela è protezione: figura archetipica della difesa, conserva sulla propria superficie le abrasioni e le ustioni della battaglia. Simboleggia non soltanto sopravvivenza, ma elevazione conquistata attraverso prove e difficoltà: strumento per riti di passaggio tra rivelazioni e prese di coscienza. Al di là di essa, un incubo cova l’assenza della parola, l’esistenza arretra nel terrore di uno strappo e la storia rimane orfana di ogni sacrificio che, un tempo, la giustificava.
La rappresentazione è questo giacimento riconquistato. Al suo interno, la scrittura di una vita, perduta ogni coordinata e ridotta a segno atrofizzato, resta intrappolata in sostrati dorati, come se si trattasse di uno straordinario rinvenimento negli scavi dell’essere.
L’intuizione riproduce uno scatto dei nervi, la tensione dei muscoli, la faticosa elucubrazione sul significato di una parola, sulla sintassi di un pensiero. Emergono sciabolate lancinanti, ferite di striscio, antiche piaghe rimarginate. Rimangono, in profondità, lividi ematomi, violacee impressioni di un cupo spasmo, fitte incarnite nel corpo della creazione.
Ogni individualità viene oltrepassata: dell’uomo rimane la struttura. Croce, impalcature, linee di forza si appoggiano a un telo esteriore, estremo riparo nei confronti di un’agghiacciante verità. La catastrofe è a un passo. Basterebbe scostare l’ultima pergamena e rimuovere alcuni chiodi arrugginiti per svelarne il tremendo aspetto scarnificato. Ci restano, invece, la consolazione di ogni dissimulazione, il senso recuperato di ogni valore aggiunto, il sofferto e rifondato dominio della realtà.

VI.

Le opere di Ezio Gribaudo e Mariana Paparà rappresentano i poli estremi di un non-luogo. Dal tempio dell’essenza, il primo si affaccia a lanciare messaggi senza tempo all’umanità. La seconda, ferma di fronte all’altare, modella l’intelaiatura dell’esistenza e ne riproduce le trame.
Inviate da un Parnaso contemporaneo e affidate ai messi di un impero universale, le lettere di Ezio Gribaudo hanno perso ogni significato condiviso, per farsi irrequieta testimonianza di infiniti tentativi di comunicazione. Raggiungeranno i propri destinatari, ogniqualvolta la loro assolutezza sarà interpretata come esigenza e opportunità.
Immobili all’ombra del colonnato, le pelli e le tessiture di Mariana Paparà riflettono il vorticoso pulsare dei sensi. Ai pellegrini che si avvicineranno curiosi, daranno la consolante conferma della validità del viaggio intrapreso.
Nomadismo e stanzialità, leggerezza e monumentalità, gioco e conoscenza resteranno intrappolate in queste domande, divenendo indissolubilmente le facce della stessa moneta.



Ivan Fassio

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