domenica 5 maggio 2013

Guadagnare spazio in profondità. Small One di Ezio Gribaudo a Torre Pellice

Umberto Eco, Lietta e Ezio Gribaudo nello Studio di Davide Binello
In occasione dell’inaugurazione di DB Project, a cura dell’artista Davide Binello, proponiamo una lettura critica dell’esposizione SMALL ONE di Ezio Gribaudo. Tra le sorprese del vernissage del 4 maggio, la visita di Umberto Eco, insignito della cittadinanza onoraria di Torre Pellice... 

A partire da ieri, 4 maggio 2013, è nato a Torre Pellice, presso i locali di via Arnaud 31, il concept DB PROJECT: showroom, con annesso studio, a cura di Davide Binello. I propositi dell’operazione implicano una duplice funzione: atelier, in cui si possano creare opere, e sala espositiva che possa dare spazio anche a creazioni di altri artisti amici e collaboratori. In mostra, potranno essere osservate alcune opere del Maestro Ezio Gribaudo, uno dei più interessanti artisti italiani contemporanei, vincitore nel 1966 del Premio per la Grafica alla XXXIII Biennale di Venezia, e, prossimamente, esposizioni di altri artisti di grande talento: Carlo Galfione, Elio Garis, Ugo Giletta, Andrea Nisbet, Fausto Ghiglia, Claudio Massucco, Diego Scursatone e Massimo Tosco.
Ospiti d'eccezione del vernissage il filosofo e scrittore Umberto Eco e Mario Calabresi, direttore de La Stampa. Insignito della cittadinanza onoraria nel corso della manifestazione Una Torre di Libri, il semiologo aveva appena terminato un intenso dialogo con il giornalista, seguito da un pubblico numeroso e appassionato, all'interno del Tempio Valdese di Torre Pellice.
La finalità della DB PROJECT mira alla creazione di un punto d’incontro, in cui artisti, spettatori, fruitori e collezionisti possano scambiare liberamente impressioni e commenti, dando vita a fertili scambi e a inedite collaborazioni. Per la mostra di apertura, significativamente intitolata SMALL ONE, Ezio Gribaudo presenterà nuove opere di piccole dimensioni (13 X 17,5 cm.).
Ezio Gribaudo, Cavallo, collage e tempera, 2009
Attraverso un’operazione di sintesi, l’artista ha ripreso le caratteristiche tecniche del proprio percorso artistico e le ha riplasmate, modulando le possibili variazioni stilistiche e cromatiche, in un’elaborazione che sa giocare con serialità e generazione di inedite soluzioni all’interno di forme predefinite. L’autrice del testo di presentazione, Laura Scaramozzino, riconduce l’esperienza di questa recente produzione al “vitalismo mitico perennemente in bilico tra l’essere per la carne e una levità originaria, in rinnovata intensità e dinamismo compositivo”. La figurazione stessa, abitando i vuoti e i pieni, insinuandosi in scavi, ritagli, strappi e scalfiture, sembra essere condotta ad un messa in discussione della validità incondizionata della riconoscibilità dell’immagine. Nature morte, astratti prodotti concettuali, animali e archetipiche effigi della storia e della tradizione si presentano all’interno di formati che paiono aggiungere un ulteriore livello di tensione all’ispirazione. Le tinte si scindono nei loro valori primari, sulla superficie di flani tipografici, impregnando le lettere, fluidificandosi sui margini, asciugandosi nei rilievi della stampa, sommergendo i segni di interpunzione. L’opera guadagna spazio sui piani, scendendo dal naturalistico livello di rappresentazione allo strato sottostante, rivelando un disegno e una pittura che dialogano con la sagoma intagliata che li sovrasta, precede e giustifica. A partire da un taglio sulla tela, liberazione e conquista di una dimensione ulteriore, sembra essersi spalancato il palcoscenico di un teatro, assoluto e mitico. In questa messinscena, drammaturgia e recita, parola scritta e azione, poesia e gestualità si incontrano pacificamente, per un annullamento dei contrasti, in un luogo incontaminato, al di là dello spazio e del tempo.
 Ivan Fassio


Ezio Gribaudo, Mela, flano e tempera, 2008

DB PROJECT
Via Arnaud, 31
Torre Pellice – (TO)
Apertura al pubblico: sabato e domenica (è preferibile telefonare al numero +39 347 6472690).

sabato 4 agosto 2012

La Malattia della Croce

Jean Paul Charles, 2012


Sacro terrore libera il mondo. Riunisci te stesso e il tuo amato nell’atto di nascita. Riprendi quel cerchio di sete, del roseto annoda le trecce: un miracolo altare, oltre il resto rimasto. Tre stracci stesi a un paletto, dell’uomo ben strana la scorza.

Malattia della croce sfiata uno sforzo. La foce ne pesca l’avanzo, ingolfata: questa storia di santo, sospiro nel chiodo del male, anima gloria. Calciare le cose, renderle inutili, nello spasmo di giorni inconclusi. Lo scontrarsi violento di porte scassate. Un rumore selvatico. La matrice: questo cedere oggetto, dove sbatte la testa e rimane l’inizio. Momento senza memoria è il fardello, supremo distacco. Un rimbombo di onde, le nubi più gonfie nel letto, a strati costretto spavento di mostro bramato. Eppure, statico accento è di dolce malanno il rifugio. Da urla ritorna la calma di grotte, l’acceso riflesso, fissato in ottuso metallo.

Calare le funi, giù al fiume adirato, rovesciare in groviglio l’estate. Un tempo d’angoscia abitare. La vita è quel cerchio di sete, un tuffo nel mare. Di cuore è la lotta: non nata, sprecata, l’idea mai venuta alla luce.
Ivan Fassio

sabato 28 luglio 2012

Anna Valla. Tensione espressiva e ineludibilità del tracciato


A. Valla, Palinsesto n.3, courtesy Studio Fornaresio

In permanenza tra le opere grafiche dello Studio Fornaresio, Palinsesto di Anna Valla ci suggerisce alcune considerazioni su serialità e libertà di scrittura

I segni nascono spontaneamente e si strutturano in ossessive fasce orizzontali. Il linguaggio abbandona un anonimo silenzio, necessariamente. La sua violenza rappresenta l'urgenza della comunicazione, una particolare sensualità dell'espressione scritta. Tanta autenticità è, allo stesso tempo, mediata da una regola inflessibile. L'aggressività dei segni è obbligata ed incasellata in strutture costringenti, in flussi che sembrano compressi dall'azione di campi magnetici.
Iterazione e serialità ordinano un piano di sviluppo che mantiene viva la carica pulsionale e rafforza la suggestione dei colori e del tratto. Già Albino Galvano nel 1981 notava come nell'opera di Anna Valla convivessero queste due tensioni: libertà espressiva e rigida scansione modulare. Comunicando attraverso un ritmo di tracce ripetute, l'utilizzo di un cromatismo corposo e ricco resta confinato al di là della percezione di una estrema libertà di scrittura. Enrico Crispolti, negli stessi anni, insisteva sulla ripetibilità di differenze. Una tale riflessione sull'impossibilità di un'esposizione unita nell'identicità dell'alfabeto fa in modo che si possano percepire gli impatti vitali e dinamici del segno. Scavalcando idealmente l'analisi della struttura essenziale, l'apparato emotivo emerge dalla variabilità delle partiture.
Esempio di una pratica artistica “oltre il concettuale”, avvicinabile ad alcune prove di Giorgio Griffa e Marco Gastini, l'opera di Anna Valla tenta la creazione di una sintesi della percezione e dell'atto espressivo, un concentrato di imitazioni dei sensi. L'intento è l'approdo ad un potenziamento dell'immagine nella sua primaria e fondante capacità di veicolare l'essenza del sensibile.

Ivan Fassio

giovedì 12 luglio 2012

Attese di Firouz Galdo. Alle soglie di arte e architettura



Esplorazione degli intervalli dell'attesa e raccoglimento spirituale contribuiscono a costruire un inedito manuale di ricerca estetica

F. Galdo, Oltre, particolare, 2012
I concetti spaziali di Lucio Fontana informano, sotterraneamente, lo stile letterario del nuovo testo dell'architetto di origine iraniana Firouz Galdo. Tagli e varchi permettono sguardi al di là del mondo sensibile, inducendo l'autore a soffermarsi problematicamente sui rapporti tra filosofia, architettura, scultura e poesia. Le conseguenti incursioni all'interno di intervalli metafisici garantiscono, allo stesso tempo, una sospensione ideale ed il peso silenzioso del raccoglimento. Situato in un immaginario luogo di incontro tra saggio filosofico, libro d'artista e raccolta di citazioni, Attese rappresenta, soprattutto, una prova creativa in cui una serie di riferimenti può aprire percorsi di senso, porre domande radicali, ricercare soluzioni.
Il linguaggio risponde a una funzione espressiva, non strumentale: attraverso di esso, l'autore deve dare voce a spazi muti, luoghi di transizione, passaggi reali e virtuali.
Nessun confine assoluto deve essere varcato: piuttosto, nell'accezione di Walter Benjamin, si tratterà di soffermarsi sulla soglia per percepirne la portata temporale e analizzarne la funzione all'interno di un movimento del pensiero.
Si tratta di soppesare ogni possibile implicazione dell'evoluzione, proprio come in Ocean Without a Shore (2009), il video di Bill Viola preso in considerazione nelle prime pagine, in cui un cambiamento di stato è simboleggiato da un passaggio dal bianco e nero al colore. Trauma della nascita e fascino della scoperta emergono dalla messa in scena di un fenomeno fisico e, insieme, psichico. L'esperienza della mutazione è considerata come un'area intermedia, aspetto spesso inesplorato della vita umana, fondamento delle nostre modalità conoscitive.
A partire da queste premesse, l'autore introduce un discorso di rimandi tra le proprie sculture, prospettive architettoniche antiche e contemporanee e i versi del poeta Lucio Saffaro.
Presentate nel marzo 2012 al Maxxi di Roma, le opere di Firouz Galdo appaiono come solidi complementi destinati ad un discorso aleatorio, realizzazioni di sogni imprigionati nei soffusi momenti tra sonno e veglia. Figure umane sono sospese in cima ad alte strutture in legno, restano pensose di fronte a un arco e vengono rappresentate come sperdute all'interno di un labirinto di torri o come incasellate in moduli ricorrenti. Case, costruzioni, scalinate, tetti rimandano a una libertà di creazione che ha trovato linfa proprio nell'attesa sapiente, nel continuo lavoro di scavo e semplificazione su unità più complesse. Gli scorci rappresentano luoghi di passaggio e di attesa in una visione urbanistica che recupera lo scorcio sommerso e libera la radice dell'intuizione da inutili orpelli.
Gli edifici presi in esame rimandano, negli stessi temini, ad archetipi della costruzione. L'intento sembra essere l'assolutizzazione di modelli da cui ripartire. Ritornando al concetto di architettura coma arte impropria, strettamente legata ad utilitarismo e tecnologia, l'autore ne ricerca la sacralità primordiale e ne esamina le ragioni essenziali. Protezione, alterità, spiritualità vengo recuperate come elementi strettamente legati all'aspetto di non-luogo del cammino di accesso. I grandi architravi di Stonehenge accolgono l'alba e il tramonto, rispecchiano il passare del tempo, incamerano il paesaggio stellare secondo modelli generatori di riti. Spirito e ritualità si incontano in un complesso megalitico.
Il Museo di Castelvecchio di Verona dell'architetto Carlo Scarpa viene analizzato nella particolarità dei dettagli, effetti dell'invenzione dell'allestimento permanente. La riflessione sull'entrata sta nel posizionamento sovrastante della statua equestre di Cangrande, sospesa come un'estensione della finestra del terzo livello.
La Gagosian Gallery di Roma, del cui progetto di ristrutturazione proprio Galdo si era occupato nel 2007, viene considerata come una libera riflessione sul concetto architettonico di soglia. La sequenza delle sale è mantenuta sullo stesso asse di direzione, ma lo spettatore è costretto, durante la visita, ad affrontare numerose traslazioni, modificando la propria percezione.
I versi di Lucio Saffaro replicano in aforismi assorti le conclusioni dell'intero volume. Simulacri della ripetizione, le parole rientrano, proprio come gli amanti di una poesia di Rainer Maria Rilker, nella loro dimora e abitano ancora una volta le stesse mura, compiendo gli stessi antichi gesti di chi li aveva preceduti.


Ivan Fassio


Firouz Galdo, Oltre, scultura, 2012
Situato in un immaginario luogo di incontro tra saggio filosofico, libro d'artista e raccolta di citazioni, Attese rappresenta una prova creativa in cui una serie di riferimenti può aprire percorsi di senso, porre domande radicali, ricercare soluzioni


Firouz Galdo
Attese
Luca Sossella Editore
2012
96 pagine
ISBN 978-88-97356-07-3
Prezzo: 10 euro

sabato 30 giugno 2012

Occidente di Corso Salani. A Slaff, il Ricordo di un Cineasta Indipendente


Corso Salani, Occidente, 2000

Ad Asti, per una riflessione su cinema e migrazione, si ripercorrono le vicende degli uomini senza patria di Corso Salani


Corso Salani è stato autore e attore che ha saputo sempre mettere in scena il disagio generazionale e individuale. Raccontando le vicende dell’uomo senza nazionalità, è riuscito ad esprimere il dolore e la solitudine che ne caratterizzano, universalmente, i comportamenti sociali. Creatore di uno stile dell’irresolutezza e dell’ambiguità, è stato capace di servirsene anche nelle opere apparentemente leggibili in chiave autobiografica.
La sua carriera iniziava nel 1987, quando riusciva a trovare lavoro come aiuto regista nel film di Carlo Mazzacurati Notte Italiana. La prima opera, il documentario Voci d’Europa (1990), realizzato con una troupe ridotta al minimo e girato in 16mm, sarà rappresentativa del modo di fare cinema che informerà anche i film successivi.
Seguivano Eugen si Ramona (1990), scritto con la sceneggiatrice di fiducia, Monica Rametta, e Gli Ultimi Giorni (1992) con Lorenza Indovina. Come attore, si metteva in luce negli anni Novanta con Il Muro di Gomma (1991) di Marco Risi, che lo vede recitare accanto ad Angela Finocchiaro, Johnny Dorelli e Roberto Herlitzka. Nello stesso periodo, Si esibiva anche in Nel Continente Nero (1993) sempre di Marco Risi e ne La Fine è Nota (1993) di Cristina Comencini.
Negli anni successivi, si impegnava nella regia di Occidente (2000),Corrispondenze Private (2003) e Il Peggio di Noi (2006). A soli 48 anni, Corso Salani scompariva prematuramente nel giugno del 2010, creando un vuoto incolmabile nel cinema indipendente del nostro paese.
Occidente, in programma sabato 30 giugno ad Asti nei locali dello Spazio Vinci, è una pellicola antinarrativa a basso costo, molto vicina al documentario, ricca di tempi morti, aperta all’improvvisazione. Pur non volendo mai utilizzare per se stesso la definizione di cineasta militante, Salani reputava la propria libertà di decisione come un’istanza strettamente legata ad una maggiore attenzione al film. Considerava il cinema indipendente come una sorta di missione in cui sperimentare i diversi linguaggi: fiction documentaristica, riflessione interdisciplinare su registri e soluzioni.
In Occidente, Malvina, ragazza di Bucarest, vive ad Aviano, il paese friulano in cui si trova l’importante base militare statunitense. Lavora come cameriera in un ristorante per soldati americani e durante le ore libere segue un corso per diventare infermiera. La sua vita sembra quella di una qualunque ragazza immigrata. In realtà, ha alle spalle un’esperienza problematica: nel 1989 ha partecipato alla Rivoluzione Rumena che ha abbattuto il regime di Ceausescu.
Alberto, un giovane professore del locale istituto alberghiero, vive lontano da casa. È uno “straniero”, come del resto un po’ tutti ad Aviano, a partire dai militari americani. Una sera, va a cena con dei colleghi nel ristorante dove lavora Malvina e rimane colpito dalla ragazza. Questo incontro è destinato a cambiare in modo profondo la sua vita. Passo dopo passo, Alberto si fa coinvolgere dall’esistenza mesta che la ragazza rumena conduce. Attratto dall’inquietudine della giovane, non riesce, tuttavia, ad avvicinarla, a parlarle, ad aiutarla. Si limita ad osservarla, a seguirla da lontano, a spiare la sua vita che, inaspettatamente, si rivela ancora più disperata di quanto egli non avesse potuto immaginare.
Salani adotta, per questo film, mezzi di estrema sobrietà: un fraseggio essenziale della macchina da presa, una recitazione totalmente priva di enfasi. Occidente è un film che ci parla dell’estraneità a se stessi, della dialettica tra speranza e delusione, della solitaria lotta contro la memoria del dolore.
Ivan Fassio
Corso Salani, Occidente
Sabato 30 giugno, ore 22,30 / 23,30
Sapazio Vinci, Asti
http://www.slaff.it/

Come Ieri: una Riflessione Storico-sociale sulla Migrazione Avvicina il Pubblico a Nuove Soluzioni Cinematografiche


Rossella Piccinno

Nella seconda giornata dello Slaff, le proiezioni di Caramel di Nadine Labaki e di Come Ieri, un'interessante analisi socio-culturale dell'artista e regista Rossella Piccinno

Dopo la serata iniziale del 29 giugno, in concomitanza con l'inaugurazione della mostra di fotografia Tessuto a Colori, il Social Lab Film Festival di Asti propone un programma che riesce a spaziare tra i diversi generi cinematografici. La scanzonata vivacità delle protagoniste di Caramel si contrapporrà al sognante impatto evocativo dell'opera di Rossella Piccinno e alla struttura fascinosamente documentaristica dell'atteso film di Corso Salani.
Caramel di Nadine Labaki è stato scelto dagli studenti del laboratorio di Lingua Italiana e di Integrazione. Il film è ambientato in un centro di bellezza. Qui, le vite, le storie, gli amori di sei donne si incrociano. Il racconto scorre, leggero e ironico, tra messe in piega, manicure e cerette al caramello. Layale è perdutamente innamorata di un uomo sposato. Nisrine, prossima al matrimonio, continua ad essere terrorizzata dalla prima notte di nozze, quando il futuro marito potrà scoprire che non è il primo uomo della sua vita. Rima resta intrappolata nei propri dubbi, sentendosi incapace d’accettare la sua attrazione per l’universo femminile. Jamale è ossessionata dal passare del tempo e dell'inevitabile avanzare dell’età. Rose ha sacrificato l’intera vita per poter tenere a bada la sorella Lili, costretta a vivere in un mondo tutto suo, fatto di lettere d’amore e amanti immaginari.
Rossella Piccinno è regista e video-artist. La sua proposta vuole esplorare le identità culturali, i problemi legati alla discriminazione o i conflitti relativi ai giochi di potere, nella famiglia come nelle comunità. Il suo lavoro si concentra spesso sulla memoria, individuale e collettiva, e sulla relazione problematica tra il presente e il passato.
Tra i diversi codici utilizzati, Rossella Piccinno recupera spesso immagini d’archivio. È ricorrente una trasversalità di registri e di linguaggi che porta le sue opere a transitare tra il documentario, la fiction e l’installazione multimediale. Ha iniziato come documentarista e resta molto legata ad un approccio di tipo antropologico, in generale utilizza il video per stabilire un contatto più profondo con se stessa e con l’altro da sé. 

Nel film Come Ieri, l'analisi socio-culturale si focalizza chi è costretto, proprio come già avvenuto in passato,
a lasciare la propria casa per andare a cercare lavoro all’estero. Molto spesso, in Italia, le donne immigrate di oggi sono badanti degli emigranti di ieri. Il passato e il presente della migrazione s’incontrano nelle vite e nei ricordi di Hanna, badante polacca immigrata in Italia, e Antonio, ex immigrato in Svizzera negli anni della gioventù e attualmente vecchio e malato di Alzheimer. Il film è una riflessione intimistica, uno sguardo privato sul particolare che si concede ad un respiro più ampio, che cerca di aprire degli spiragli su quello che non si può dire tutto in un racconto, su ciò che in cinque minuti si può solo evocare. Come Ieri contiene un omaggio personale, ma è anche dedicato, con amore e con sofferenza, a chi da sempre è costretto ad emigrare.

Ivan Fassio

Caramel (Caramel, Libano, Francia, 2007) di Nadine Labaki
Sabato 30 Giugno 2012, ore 18:00
Spazio Vinci – Asti
Come Ieri di Rossella Piccinno
Sabato 30 Giugno 2012, ore 22:30
Spazio Vinci – Asti

Ad Asti inizia SLAFF – Con una mostra di fotografia e due cortometraggi


Slaff, Presentazione con Simona Povigna

Nella cornice dello Spazio Vinci, l'impressione è quella di un festival che ha saputo convincere un pubblico interessato ed eterogeneo



Il Social Lab Film Festival, alla sua prima edizione nella città di Asti, riesce a convincere un pubblico sicuramente eterogeneo. Nella cornice dello Spazio Vinci, l'impressione è quella di un festival, che, ideato intorno alle riflessioni sui valori della diversità, abbia saputo nutrirsene all'interno di un costruttivo rapporto con il territorio circostante.
Nato dallo spontaneo sviluppo di considerazioni elaborate a margine di un laboratorio di Italiano e di Cittadinanza Attiva per migranti, il progetto iniziale ha saputo convogliare, in una formula giovane e fruibile, una serie di spunti interessanti: dall'arte della fotografia al documentario, dal cortometraggio alla commedia, dalle prove di grandi autori al cinema indipendente degli ultimi dieci anni.
A completare l'orizzonte dei significati, una serie di tavole rotonde e dibattiti individueranno i nodi problematici delle reazioni tra diritto alla migrazione e all'accoglienza, formazione e educazione, tra esperienze artistiche e accettazione della differenza.
Sabato 29 Giugno, dopo la presentazione e linaugurazione della mostra di fotografia Tessuto a Colori, hanno avuto inizio le preoiezioni dei cortometraggi. Articolo 23 di Vittorio De Seta mette in scena una particolare visione della migrazione come condizione esitenziale. In un paese dell'Aspromonte, un giovane contadino insegna il proprio mestiere a un bracciante senegalese. Dovrà presto immigrare al Nord in cerca di lavoro, lasciando la sua terra. Sullo sfondo di un paesaggio fortemente evocativo, si incrociano i destini di immigrati ed emigranti.
In Benvenuto in San Salvario di Enrico Verra, un fotografo torinese non riesce a vendere le sue fotografie. Rimasto senza lavoro, decide di trasferirsi nel quartiere economico di San Salvario: qui diventerà il fotografo dei numerosi immigrati che vogliono mandare delle foto personali nei paesi d'origine.

Enrico Verra, Benvenuto in San Salvario


Ivan Fassio