mercoledì 18 gennaio 2012

Dialogo tra Fede e Indifferenza sulla Categoria d'Impossibilità

Michelangelo Castagnotto - L'inestimabile patrimonio delle diverse qualità di the che abbiamo notato io, Alessandra ed  Enrico - installazione, 2011









Fede: L'impossibilità è categoria di ardua definizione, basta un niente e s'incappa in contraddizione. Ciò che la mente può pensare è forse infinito, resiste in un linguaggio. Nulla è, dunque, impossibile, ma basta ragionare su una qualsiasi sensazione e ci s'inceppa in qualche grumo di parole. L'impossibilità è, allora, dietro la porta e si materializza come un baratro.

Indifferenza: Credi, così, che non sia davvero possibile tutto ciò che pensiamo? La nostra immaginazione può, a parer mio, realizzare tutto.

Fede: Tutto non si dà: nello scorrere del tempo, è nozione incompleta se paragonata alla possibilità. Tutto si darà a chi comprenderà il fine del gioco che sovrasta l'esistenza.

Indifferenza: Se non tutto, l'immaginazione può, almeno, tanto. Può avanzare sempre di un passo rispetto all'esistente, creare e ricreare, finire e trasformare. Nelle relazioni che l'immaginazione può istituire tra ogni cosa, l'impossibilità non può esistere.

Fede: L'impossibile non esisterebbe, soltanto se la creazione potesse apparir muta, slegata dal linguaggio. Ma, una volta formulata nel discorso, una sensazione – oltre a perdersi in mille congetture – cede alla gabbia dell'espressione la sua originalità.

Indifferenza: Dove, dunque, si realizza questa sostanziale impossibilità?

Fede: Giù nei sensi che, liberati dalla comunicazione, sarebbero lo specchio dell'esistere. Questa linfa originaria, una volta compromessa, ci fa inciampare nella brama di condividere con gli altri l'esperienza.

Indifferenza: Dovremmo sostenere, quindi, che l'impossibilità non è categoria assoluta, ma impaccio che si crea all'interno del mondo delle relazioni?

Fede: Esattamente. Nulla è tanto impossibile quanto comunicabile. Crea qualcosa di fittizio, verosimile o irreale, un'immagine o un elenco, e mostralo a tutti durante il tuo viaggio. Spiegane il funzionamento inventando, a somiglianza del mondo che conosci, meccanismi che agiscano per necessità. Lo spettatore sarà tratto in dubbio e cederà: impossibile sarà soltanto il rapporto tra linguaggio e realtà.



Ivan Fassio

martedì 10 gennaio 2012

Viaggio a New York di Ezio Gribaudo

Testimonianza e sperimentazione artistica si incontrano nel DVD e nel libro editi da Skira e presentati il 9 gennaio al Cinema Massimo di Torino


New York è una città fatta di colossi di cristallo sui quali il sole batte provocando torrenti di luce
Lucio Fontana

Ezio Gribaudo

I film di Andy Warhol, girati tra il 1963 e il 1964, si presentano come quadri. Concepiti per essere proiettati su una parete bianca, mostrano azioni ripetute nel tempo, inquadrate da un unico punto di vista. L’interesse del regista è rivolto alla composizione dell’immagine. Quest’ultima, rallentata o amplificata, accompagna lo spettatore nella riflessione sulla percezione di strutture spazio-temporali.
Il film Viaggio a New York, girato da Ezio Gribaudo e Francesco Aschieri nel 1961 e presentato il 9 gennaio 2012 al Cinema Massimo di Torino, oltre a preziosa testimonianza dell’esperienza artistica di Lucio Fontana, rappresenta uno riuscito tentativo di trasporre su pellicola una serie di intuizioni delle avanguardie figurative degli Anni Sessanta. Alla pari degli esperimenti cinematografici di Warhol, le inquadrature di Gribaudo sono alla continua ricerca di particolari associazioni di immagini. L’artista è, tuttavia, affascinato dalla resa del movimento. Ogni staticità è, in questo modo, abolita. Dissolvenze, chiaroscuri, bruschi cambi di punto di vista diventano privilegiati metodi espressivi per imprimere su pellicola il fermento della metropoli, la fluidità e la lucentezza di vetrate e cartelloni pubblicitari, l’imponenza di bastimenti, areoplani e grattacieli.
Ritmo e velocità sembrano essere le coordinate da cui partire: ai momenti di stupita contemplazione sulle strutture della città si contrappongono inquieti e ossessivi sguardi su immagini isolate, su giochi di luce, su singolari contrasti del paesaggio urbano. La stessa evoluzione estetica di Lucio Fontana si trova riflessa nelle soluzioni avanguardistiche del filmato, negli inquieti segnali che la telecamera riesce a scovare tra le pieghe della contemporaneità.
Il film è un riuscito commento artistico e valore aggiunto al viaggio compiuto in occasione dell’uscita del volume di Michel Tapié, Devenir de Fontana, curato da Gribaudo per le Edizioni d’Arte Fratelli Pozzo, e della relativa mostra di Lucio Fontana alla Galleria Martha Jacskon di New York nel novembre 1961. Trascorsi cinquant’anni, Gribaudo ha deciso di mostrarlo e i Supershock (Paolo Cipriano e Valentina Mitola) hanno composto la colonna sonora per questo documento dell’epoca. Alla prima proiezione, il duo si è esibito in una performance di sonorizzazione dal vivo. Chitarra, flauto, tastiere, il basso di Valentina Mitola e una batteria hanno tracciato dal vivo una pregevole e toccante colonna sonora, impreziosita dagli interventi vocali di Paolo Cipriano. Mimeticamente, ritmi e armonie hanno sottolineato i veloci cambi di inquadrature e i momenti di pausa sognante all’interno del frastuono metropolitano. La suite New York 1961 è stata appositamente scritta dal duo musicale, internazionalmente riconosciuto per cineconcerti su film dell’espressionismo tedesco.
L’evento, che ha aperto la stagione del Cinema Massimo, è stato preceduto dalla presentazione di DVD e libro editi da Skira con una presentazione di Stefano Cecchetto.
Ivan Fassio




Ezio Gribaudo e Lucio Fontana
Cronaca di un Viaggio Americano
Skira, 2011
Isbn (978): 8857212128

giovedì 29 dicembre 2011

Ecco il catalogo delle prospettive contemporanee per autori ed editori. Intervista a Dario Salani

 In un clima di cambiamenti per l'editoria d'arte italiana alcune nuove realtà muovono i primi passi. Con un approccio innovativo ed uno sguardo attento alla sostenibilità


In questo periodo, con l'ottava edizione di Artelibro a Bologna e con una serie di convegni sul centenario del libro futurista, l'attuale condizione dell'editoria d'arte è stata esaurientemente dibattuta. L'identità delle pubblicazioni, l'organizzazione della filiera produttiva e i meccanismi delle scelte editoriali sono ripensati alla luce di una nuova base di condivisione e dell'apporto che, a queste premesse, possono fornire le nuove tecnologie. Dario Salani, editore torinese, ha da poco iniziato un singolare percorso con Prinp, casa editrice specializzata in pubblicazioni d’arte crossmediali (in formato cartaceo ed elettronico) e on demand.

I.F.: È un momento in cui il dibattito sull'identità dell'editoria d'arte si intreccia a numerosi nodi culturali del presente: il valore del libro d'arte come work in progress all'interno del sistema e il suo eventuale valore pedagogico negli studi superiori ed accademici; gli sviluppi tecnologici che consentono, da una parte, una maggiore duttilità e, dall'altra, un'attenzione condivisa ai problemi della diffusione e della tiratura.

D.S.: L'editoria internazionale sta attraversando una fase di profondo cambiamento strutturale. Internet e le nuove tecnologie stanno ridefinendo i processi editoriali legati alla produzione, al marketing e alla vendita del prodotto librario. Dopo l’avvento sul mercato dell’ebook e delle varie Apps per smartphones, il Print on Demand (stampa a richiesta) si conferma come il vero punto di svolta nell’editoria d’arte. È oggi possibile stampare i libri in tirature limitate, evitando così gli sprechi derivati dalla tradizionale filiera distributiva. L'autore avrà a disposizione tutti gli strumenti per produrre, distribuire e vendere le proprie opere librarie, seguendo in prima persona tutte le fasi del processo editoriale. La figura stessa dell’editore verrà probabilmente messa in crisi.

I.F.: Le caratteristiche ecologiche e di sostenibilità dell'editoria on demand rendono il progetto della tua casa editrice particolarmente inserito nel dibattito presente. Altri progetti di questo tipo stanno nascendo in Italia? Per quanto riguarda i libri d'arte e le edizioni a tiratura limitata, qual è il panorama che si presenta, nello stesso senso, in questi anni?

D.S.: L’ attuale fotografia del business librario in internet è caratterizzata da due modelli dominanti: i megastore monopolizzanti (amazon, libreka, ibs.it, ecc.) e le piccole librerie online di nicchia. La fotocopia di ciò che esiste oggi nella realtà: le grandi librerie “di catena” e le piccole librerie indipendenti e specialistiche. Nel web, tuttavia, le due realtà potranno interagire tra loro, con la possibilità di caricare automaticamente, tramite delle API (Application Programming Interface), i nuovi titoli pubblicati, le novità librarie e i vari contenuti da distribuire. L’editoria periodica si sta velocemente mettendo al passo con i tempi, offrendo applicazioni e contenuti extra per i vari dispositivi mobili. È importante ricordare, in questo senso, che Exibart è il capostipite dell’editoria multipiattaforma. La situazione è diversa per le case editrici di libri d’arte. Il loro massimo sforzo, finora, è stato quello di introdurre la versione elettronica di alcuni titoli in catalogo e aggiornare i loro siti internet convertendoli in piattaforme di e-commerce.

I.F.: L'ultimo catalogo edito da Prinp I Decolonizzatori dell'Immaginario. Artisti della Decrescita concretizza un discorso artistico e culturale sostenuto dai sociologi Serge Latouche e Maurizio Pallante e dal critico e storico dell'arte Floriano De Santi. Si tratta del momento di presa di coscienza, per la tua casa editrice, di un ruolo da ricoprire all'interno del sistema dell'editoria? Può essere inteso come un nuovo inizio? Quali sono, in questo senso, i progetti futuri?
Marzia Migliora, Forever Overhead, Courtesy Prinp Editoria d'Arte

D.S.: La piattaforma Prinp nasce da una profonda analisi sullo stato di crisi dell’editoria tradizionale. La sostenibilità ambientale ed economica è, quindi, alla base del nostro concept progettuale. Il discorso sociologico di Latouche e Pallante e la conseguente linea artistica di De Santi sono parametri insiti nella mission della nostra casa editrice. La formula si addice perfettamente agli “artisti della decrescita”, ma anche a tutti gli artisti e operatori del settore. Abbiamo appena pubblicato un catalogo di Marzia Migliora per la galleria Lia Rumma, il libro/catalogo Transafricana a cura di Achille Bonito Oliva per la Fondazione 107 di Torino, un catalogo della mostra di Angiola Gatti a Villa Giulia di Verbania e altri cataloghi con artisti indipendenti: JINS, Marco Memeo, Maria Crocco, Alessia Zuccarello, Ada Mascolo, David Ruff, Sarah Bowyer. Stiamo lavorando a numerosi altri progetti editoriali: un libro d’artista di Maura Banfo, le biografie di Luigi Mainolfi e di Carol Rama. Questa temperie - definita da molti esperti del settore come “la più grande innovazione della carta stampata dai tempi di Gutenberg” - apre, per il progetto Prinp, una ricca stagione di piacevoli novità editoriali.


Ivan Fassio



giovedì 8 dicembre 2011

I Cavalieri dell'Apocalisse - Mostra Collettiva

Alga Zaharescu, Il Settimo Sigillo, tecnica mista, 2011


Mostra collettiva a cura di Ivan Fassio e Mariana Paparà

Galleria Aripa
Via Bertola 27/I
Torino

Vernissage Giovedì 22 Dicembre 2011 - 19:00
Aperitivo musicale con Armonie Jazz di Marco Salzano (Hammond Organ) e stralci dalla performance poetico-musicale "Mystic Gallery Show" di Ivan Fassio e Diego Razza


Artisti:

Ezio Gribaudo, Gianni Ottaviani, Ida Sacco, Ortansa Moraru, Mariana Paparà, Alga Zaharescu, Carlo Giaccone, Luciana Ronco, Lorena Fortuna, Stefania Groppo, Mario Goglia, Severino Magri, Teo Martino, Viorel Rotari, Anne-Cecile Breuer, Carla Bassignana, Carmen Sempreboni, Clara De Magistris, Giovanna Boglioni, Riccarda Fabbricatore




Dal 22 Dicembre 2011 al 14 Gennaio 2012
Dal martedi al sabato: 11:30 – 19:00Contatti: http://www.aripa.eu/
011/0864858
ivan.fassio@gmail.com
galleria@aripa.eu


Ezio Gribaudo, Cavalli, tecnica mista, 2011


La Galleria Aripa di Mariana Paparà rappresenta, da anni, artisti italiani e internazionali che, avvalendosi di diversi linguaggi e strumenti, propongono lavori sperimentali sia a livello formale che contenutistico.
A compimento di un annuale percorso tematico di mostre, la galleria presenta una collettiva dedicata ai Cavalieri dell'Apocalisse. La lettura escatologica e mistica è pretesto per introdurre, all'interno del percorso espositivo, una serie eterogenea di approcci e stili. L'assunto comune è la messa in discussione delle coordinate della rappresentazione tradizionale.
Ogni artista, nella ricerca di un linguaggio che sapesse oltrepassare la barriera della comune percezione, si è confrontato con soluzioni estremamente personali. Nella varietà dei risultati ottenuti sta la chiave di lettura dell'intera mostra: indagine sulla realtà attraverso intervento sulla materia.
Accanto ai cavalli di Ezio Gribaudo e alle archeopatie di Gianni Ottaviani, affermati artisti della guest area, possiamo osservare gli scudi di Mariana Paparà, opere in cui pittura e installazione si incontrano. La scultura di Teo Martino, allo stesso modo, si confronta con un uso particolare di materia e colori. Gli artisti torinesi Carlo Giaccone, Carla Bassignana, Carmen Sempreboni, Giovanna Boglioni, Anne Cecile Breuer, Clara De Magistris e Riccarda Fabbricatore si rapportano con l'arte orientale, dipingenso su carta di bambù con nero di china e mallo di noce. Le xilografie di Ortansa Moraru, artista rumena attiva a Toronto, propongono rappresentazioni su carta giapponese, in bilico tra naturalismo e astazione. Nelle tradizioni a cui si attengono, si contrappongono formalmente ai collage e alle sperimentazioni di Viorel Rotari.
Gli studi formali e cromatici di Severino Magri, le strutture metafisiche di Ida Sacco, le composizioni materiche di Lorena Fortuna, gli acrilici informali di Stefania Groppo, la tenica mista su legno di Mario Goglia, l'atrattismo espressionista di Alga Zaharescu e le creazioni in digitale di Luciana Ronco completano una collettiva improntata all'esplorazione dei linguaggi e all'indagine su strumenti e materiali.
La mostra si pone come punto di partenza per una ricerca stilistica e, al tempo stesso, come work in progress: contenitore di idee e soluzioni in continuo sviluppo.

Ivan Fassio

martedì 29 novembre 2011

Un dialogo allo specchio per riflettere su un percorso attraverso arte e società. Massimo Melotti a colloquio con Michelangelo Pistoletto

Una breve pubblicazione dai densi contenuti riesce a coniugare intervista, dibattito e lettura critica dell'opera di uno dei protagonisti dell'Arte Povera

Adamo ed Eva, 1962 - 1987, foto: E. Amici

Un itinerario nella partecipazione sociale e nella condivisione dell'esperienza estetica viene tracciato a partire da una riflessione filosofica sul valore simbolico e percettivo dello specchio. Classicità e contemporaneità si avvicinano in contrasto dialettico, processi creativi fondono vita e simbolismo, l'ombra del Doppelgänger si staglia sul ruolo dell'arte e si propaga all'interno della società contemporanea.
Il volume Opere di Pistoletto. Massimo Melotti a colloquio con Michelangelo Pistoletto, edito da Allemandi & C. in collaborazione con Cittadellarte Edizioni, accompagna il lettore attraverso un percorso a tappe all'interno della produzione dell'artista piemontese. La trattazione delinea i propositi e scandisce i risultati di un'intera carriera: dalle considerazioni sull'autoritratto dei primi Anni Sessanta alla presa di coscienza di una dimensione temporale inscritta necessariamente nell'opera, fino al definitivo abbandono del tradizionale approccio prospettico rinascimentale.
Massimo Melotti, sociologo e critico d'arte, collaboratore di Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto, arricchisce la propria trattazione con citazioni dalle opere dei semiologi Christov Poniam e Jurij Lotman. Proprio da quest'ultimo e dal suo saggio La Semiotica dello Specchio e della Specularità potremmo dedurre alcune chiavi di lettura per il lavoro che stiamo analizzando. Per Lotman, l'opera d'arte – simulazione del mondo – è un testo di struttura complessa, in grado di trasmettere una quantità di informazioni impossibili da convogliare in un linguaggio tradizionale. La società riflette se stessa in questi testi: si osserva allo specchio, nel meccanismo della creazione di senso. L'umanità, nel tentativo di scandagliare e interpretare il significato artistico, dà vita alla cultura. Si tratta di un sistema teorico che poggia saldamente su una base di condivisione e confronto.
Allo stesso modo, l'opera di Michelangelo Pistoletto germoglia da una relazione dialettica con l'identità autoriale per ampliare, nel corso del tempo, la sua portata e per ramificarsi nei più disparati campi del sapere e della società. Alcune delle opere prese in considerazione nel testo presentano, in nuce, questo proposito. Lo sfondo dei primi autoritratti inizia a slacciarsi dal tradizionale valore pittorico per farsi scena monocroma argentata o dorata. Il riflesso delle superfici specchianti prende così vita, presentando l'immagine umana a grandezza naturale e mostrandosi, libero, al dinamismo temporale e spaziale.
Lo spettatore, di fronte all'opera, diventa parte di un nuovo insieme, sempre cangiante. Documentare il lavoro d'artista si pone come operazione strettamente legata all'hic et nunc, al momento della percezione. In questo senso, nel volume, le immagini di Pistoletto e Melotti sono riflesse nelle opere, quasi a significare l'entrata del gesto critico e divulgativo all'interno del mondo dell'arte. Il colloquio che ha preceduto la stesura del libro e la passeggiata all'interno della Cittadellarte da parte dei due autori sono documentati fotograficamente accanto alle opere trattate, come a voler marcare, ancora più a fondo, il sodale tra estetica e condivisione, la sottile linea di confine tra arte e vita.
Ogni superficie specchiante, divisa e posta in rapporto con se stessa, moltiplica la propria immagine. In questo modo, da ogni divisione si può creare una moltitudine: per sempre, riflettendo all'infinito. Nascono, da queste premesse, le Gabbie Specchio (1973 - 1992), creatrici di molteplicità.
Metasimbolo, in quanto capace di contenere e riflettere ogni simbolismo, lo specchio giustifica l'esigenza da parte dell'artista di stabilire pregnanti corrispondenze tra antichità e presente, tra classicismo e avanguardia. La Venere degli Stracci (1967), immagine topica dell'Arte Povera, nasce come opera di tensione dialettica tra immagine mitologica, rappresentata in maniera neoclassica, e l'installazione degli stracci: gli strumenti del mestiere che l'artista utilizza per lucidare le superfici a specchio.
Il testo sottende la stessa tensione: una coraggiosa intenzione di confondersi all'interno della materia trattata, per porsi come strumento relazionale e di confronto. Si struttura come opera aperta, work in progress. Ad una sorta di intervista sul percorso espositivo della Cittadellarte di Biella, si aggiunge un colloquio tra i due autori avvenuto nel luglio 2005 sull'Isola di San Servolo, a Venezia, in occasione della presentazione del progetto Terzo Paradiso. Massimo Melotti, in una riflessione conclusiva, indaga sulle ragioni di un ritorno ad un'arte simbolica e analizza, puntualmente, la nuova dimensione in cui l'artista pone, di volta in volta, l'altro da sé. Getta luce, infine, sull'innovatività del modello di istituzione Cittadellarte e dei suoi Uffizi. Questo progetto pone le basi partecipative di un nuovo Umanesimo attraverso la divulgazione del sapere di diverse discipline: arte, educazione, architettura, economia e spiritualità. Lo specchio mette in relazione l'uomo con l'universo, e allo stesso modo l'arte può assumere non solo le altre discipline ma anche la religione, proprio come Pistoletto scriveva già nel 1978.
Il presente. Autoritratto in camicia, 1961, ph: E. Amici


Opere di Pistoletto. Massimo Melotti a colloquio con Michelangelo Pistoletto
Allemandi & C. in collaborazione con Cittadellarte Edizioni, 2011
Pagg. 85
Euro 14,00
ALLEMANDI - 9788842219637

Ivan Fassio 
(fonte: Exibart)

mercoledì 23 novembre 2011

The Others (4 – 6 novembre 2011) - Lo Sguardo degli Altri

Un resoconto per immagini e suggestioni

Leo Ferdinando Demetz, Colpevole I, tiglio, 
h.65 cm., 2010, courtesy Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter


The Others non è stata soltanto una fiera d'arte giovane e inconsueta, ma anche una nuova manifestazione di ampio respiro culturale. L'orario di apertura, dalle 18 all'una, ha favorito un'affluenza omogenea nelle ore serali, creando un'atmosfera intellettualmente stimolante e, al tempo stesso, disinvolta ed immediata. La concomitanza di eventi musicali, letterari e teatrali – curati dal Circolo dei Lettori di Torino – ha arricchito l'evento fieristico di una connotazione più genuinamente culturale.
Le gallerie, tutte di recente apertura, hanno occupato gli spazi delle celle delle Ex Carceri Le Nuove di Torino. Il significato di questa originale impostazione fieristica può essere rintracciato nelle intenzioni del comitato scientifico e selezionatore, composto da Andrea Brusati (direttore della galleria comunale d'arte contemporanea di Monfalcone), Claudio Composti (direttore artistico della mc2 gallery di Milano), Alessandro Facente (indipendent curator) e Michele Lupi (direttore di Rolling Stone). La volontà è stata, sicuramente, quella di lavorare sulle differenze e sulle peculiarità di scelte curatoriali d'avanguardia, senza perdere di vista una determinata cernita qualitativa e uno sguardo d'insieme sull'orizzonte del contemporaneo: pittura, scultura, installazioni, performance e fotografia. Il modo alternativo in cui particolari progetti si aprono alla contemporaneità e al futuro è stato, già a prima vista, il modus operandi seguito dal comitato per la selezione delle gallerie e delle associazioni no profit.
Alterità come distanza da certezze imposte dalla tradizione e come sguardo periferico che muove verso un nuovo centro: in queste accezioni, il carcere si pone come luogo privilegiato e fortemente simbolico per l'inizio di una nuova manifestazione. La prigione entra - insieme ai concetti di colpa, alienazione ed espiazione - come argomento di riflessione, anche nei lavori presentati da molte gallerie.
Il progetto espositivo della Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter di Milano ruota intorno ai lavori dell'artista e scultore bolzanese Leo Ferdinando Demetz. Due mezzibusti in legno,”I Colpevoli”, si sporgono, completi di abiti da carcerati anni '30, dalle mura interne della cella e fungono da chiave di lettura di tutto l'allestimento. La decisone di porre la propria rappresentazione artistica all'interno delle spinose tematiche legate alla pena detentiva introduce un percorso di spessore che si snoda con coerenza. I contenuti e lo stile del disegno dell'artista tedesca Kinki Texas danno vita, tra ammiccamenti alla pop art e ad un espressionismo immediato, ai possibili pensieri di serial killer e di alienati della società: altro riferimento a segregazione e disagio sociale. La desolazione presentata nei paesaggi dello sloveno Jernej Forbici indica l'intera umanità come colpevole della distruzione ambientale. Le opere sono ispirate alla regione geografica di Halda, in Slovenia, dove una discarica a cielo aperto e un'industria di alluminio hanno gravemente compromesso il futuro di natura e paesaggio. Nelle opere dell'artista, lande abbandonate si colorano di bianco e rosso: sono gli ossidi di ferro rilasciati dalle scorie. L'opera di Matthias Langer ha ancora a che fare con la colpa. La sua riflessione si sofferma però sul tempo dell'espiazione: l'artista ci presenta le immagini fotografiche della vita di una candela, dello svolgersi del suo ardere. Nello stesso senso, le opere di Luca Gastaldo riflettono sullo scorrere temporale, nella solitudine, della meditazione e dell'osservazione, mentre l'opera dell'artista tedesca Christiane Draffehn, elaborazione digitale su silverprint, significativamente intitolata Caught, pone l'accento sui significati di cattura e privazione.
Rizomi Art Brut, progetto alternativo torinese, si muove nell'inesplorato campo dell'art brut. Questo concetto è stato ideato dal pittore francese Jean Dubuffet per indicare le produzioni artistiche realizzate da non professionisti che creano un'arte fortemente spontanea ed espressiva, operando, tuttavia, al di fuori delle norme estetiche convenzionali (spesso autodidatti, psicotici, prigionieri, persone completamente digiune di cultura). La galleria presenta interessanti opere di Francois Burland, Gianluca Pirrotta e Dan Miller, in bilico tra ingenuità ed espressionismo, riflessione sul segno e arte informale.
La Galleria Paludetto_ Torino presenta una scelta di artisti già presenti in mostre personali e collettive tra le sedi di Rivara, Torino e Roma. Il lirismo della fotografia dell'artista iraniano Arash Radpour, la leggerezza e la ritmicità addensante dell'opera Un Brusio d'Ali di Elvio Chiricozzi, le fascinose sorgenti del fotografo torinese Bepi Chiozzi delineano una mostra di forte impatto simbolico ed evocativo.
Suggestioni cromatiche e simbolismo, giochi d'ombre e luci sono elementi che ritroviamo anche nella produzione fotografica Inheritance di Valentina Merzi e Diambra Mariani per l'associazione KnStudio di Verona.
Fart ArtGallery è una galleria “low cost” torinese: l'idea è quella di raggiungere un nuovo pubblico di appassionati e di collezionisti d'arte, distaccandosi dalle speculazioni delle classiche gallerie e del collezionismo tradizionale. Il nome stesso gioca sul dualismo del significato italiano di “Fare arte” e dell'inglese di Fart, che sta per “pernacchia”: un modo irriverente e, inieme, giocoso, per dare vita a nuovi itinerari nel mondo dell'arte. Lo stesso progetto presentato alla fiera, Forever Jung, nell'ironico gioco di parole che propone, affronta il tema del dualismo attraverso il riferimento alla difficoltà di distinguere il bene dal male. Sono stati esposti dei lavori di Simone Pizzinga, Mattia Macchieraldo, Valentina Argirò ispirati ai tatuaggi criminali o al tema delle maschere.
Per il progetto 4Focus On The Others della casa editrice Prinp Editoria d'Arte, quattro giovani fotografi, in collaborazione con un graphic designer, hanno realizzato un libro/evento dal vivo durante le quattro serate della fiera. Le immagini della pubblicazione documentano l'incontro tra la fotografia, l'architettura e la storia della particolare location delle Ex Carceri Le Nuove, come prima testimonianza dell'inizio di una nuova fiera d'arte. Il fotografo Davide De Martis ha colto alcune espressioni degli spettatori di The Others. Sara Vindrola ha scavato nell'essenza dei luoghi dell'esposizione, tralasciando ogni traccia del passaggio umano. Andrea D'Angelo ha realizzato dei ritratti segnaletici, ispirandosi alle fotografie dei criminali di inizio Novecento e fotografando i suoi soggetti sia frontalmente che di profilo. Vanessa Vettorello ha riletto gli spazi delle Carceri alla luce di un approccio più teatrale, immortalando i personaggi come se fossero imprigionati in un inedito palcoscenico: drammaturgia che mescola ricordo e presente, colpa ed espiazione.

Elvio Chiricozzi, Un Brusio d'Ali, collage su legno, 250 x 500 cm., 2010, courtesy Paludetto Torino


Ivan Fassio
(fonte: Exibart)




martedì 8 novembre 2011

Uno sguardo sull'orizzonte del ritorno. Intervista a Franz Paludetto


Intuizione ed esperienza sono le caratteristiche dell'operare spiazzante di Franz Paludetto. E il suo ritorno a Torino si pone, simbolicamente, come trait d'union tra storia e possibili scenari futuri

La collettiva da poco inaugurata al Castello di Rivara costringe il pubblico a riflessioni che superano un classico approccio tematico. Lo spettatore è spinto a porsi, criticamente, di fronte al processo creativo e alle sue motivazioni. La mostra di Francesco Sena a Torino, nel nuovo spazio di Via Stampatori, si presenta, sotto certi aspetti, come un ulteriore momento di analisi su tecnica e stile. Lo spazio di Roma, con una personale di Daniela Perego, completa questo intero percorso che muove tra immagini archetipiche e ritualità. Ecco le premesse necessarie per avvicinarci al presente del gallerista Franz Paludetto... che ci racconta, in questa intervista, il suo passato e i suoi progetti per il futuro.

I.F.: Il ritorno a Torino sembra legato ad una certa volontà di ripercorrere una strada che, proprio da Torino, si è spinta, nel corso del tempo, fino a Rivara, Calice Ligure, Norimberga e Roma. Una sorta di purificazione, di rito di passaggio? O, forse, un gesto mimetico nei confronti dell'opera di autori come Hermann Nitsch, Alighiero Boetti, Joseph Beuys: artisti che hanno accompagnato il tuo cammino e che, sebbene in modi completamente diversi, proponevano, dopo necessari processi di azzeramento stilistico e spersonificazione, ritorni rituali e percorsi a ritroso?
F.P.: Menzioni, nella tua domanda, artisti storici che hanno contato moltissimo nella mia carriera. Riaprire uno spazio a Torino dopo dieci anni di assenza è per me un ritorno a casa, quasi una ‘chiusura del cerchio’: da venticinque anni dirigo con grandi sacrifici e soddisfazioni il Centro d’Arte Contemporanea del Castello di Rivara e, nel 2010, ho aperto un piccolo spazio a Roma, ma la mia storia di gallerista è iniziata qui a Torino negli anni Sessanta, quando il punto di riferimento – per me e per molti altri - era Gian Enzo Sperone. Stimavo e stimo tuttora il suo lavoro, ma da subito cercai di assumere una mia identità assolutamente indipendente, scegliendo artisti che istintivamente avvertivo affini al mio modo di vedere e sentire l’arte.
Le mie iniziative non sono mai nate con o da un azzeramento. Ognuna di esse è stata fortemente personificata. Potremmo, a maggior ragione, definire quello che mi riporta sulla scena torinese un percorso a ritroso che vuole tracciare una prospettiva per il futuro: ho, infatti affidato, la direzione della galleria di Via Stampatori a mio figlio Davide. Manterrò, da parte mia, soltanto la curatela artistica: una sorta di ‘consulenza esterna’.

I.F.: L'ultima mostra Su Nero Nero, al Castello di Rivara, spinge lo spettatore a considerazioni sul grado zero dell'arte contemporanea. Si avverte, tra i tanti artisti coinvolti nell'evento, la ricerca di una matrice archetipica dalla quale ripartire per un nuovo approccio dialettico alle questioni stilistiche. Quale orizzonte si prospetterebbe, per galleristi e istituzioni, dopo una tale presa di coscienza?
F.P.: Posso assicurarti che la questione che mi poni si presenta ogni qualvolta la ricerca artistica persegua un avanzamento, un autentico progresso: penso, tuttavia, che il concetto di grado zero sia improbabile. Per quanto riguarda la condizione attuale, il grande problema è la mancanza di ideologia politica e sociale. Le istituzioni pubbliche, che hanno il compito di promuovere e conservare, troppo spesso non riescono a tenere il passo; dobbiamo tuttavia riconoscere che le ricerche contemporanee di ogni epoca hanno bisogno di periodi di decantazione.

I.F.: Francesco Sena a Roma nel mese di giugno e, ora, a Torino per l'inaugurazione del nuovo spazio in Via Stampatori. Il suo è stato un percorso che, spontaneamente e attraverso l'uso di diversi supporti e materiali, si è mosso tra la superficie della tela e la scultura. Anche in questo caso, la volontà è quella di presentare un artista che, a prescindere dagli strumenti utilizzati, ci faccia riflettere sulla nascita di ogni processo creativo?
F.P.: Francesco Sena utilizza la cera in maniera versatile, fascinosa, ma la questione non è, appunto, la scelta del materiale. Attraverso il supporto e il medium spesso avviene l’identificazione dell’artista, ma io vorrei porre l’accento su ciò che essi sottendono; qualcosa che ritrovo negli artisti della generazione di Sena, come Sergio Ragalzi, Paolo Grassino, Salvatore Astore.

I.F.: Quali saranno, in breve, i prossimi appuntamenti a Torino, Rivara e Roma? Presenteranno una continuità di tematiche e intenti con le ultime mostre?
F.P.: Per gli spazi di Torino e Roma, che saranno in dialogo costante, abbiamo in programma una serie di mostre di giovani artisti italiani e stranieri. Ad esempio, vorremmo mettere a fuoco le singole identità degli artisti più interessanti che hanno partecipato alla collettiva Su Nero Nero al Castello di Rivara. Per la stagione espositiva 2012 del Castello, visto il successo di quest’ultima mostra, ho in mente un nuovo grande progetto tematico…

Ivan Fassio